Intervista a Gian berra sull’informale barocco

 
BIOGRAFIA
Gian Berra nasce nel 1947 a Segusino, un piccolo borgo della pedemontana veneta. Sin da piccolo dimostra una tendenza a osservare e creare una relazione intima con l’ambiente che lo circonda. Come un bisogno di incontrare a livello emotivo ogni manifestazione di vita. Gian è essenzialmente uno sperimentatore pratico di rappresentazioni continue di ciò che vive intimamente. Il suo bisogno di esternare con un "prodotto" riconoscibile ciò che sente lo porta presto a giocare con i colori , il segno e la materia. Un autodidatta che osserva e cerca metodi e tecniche per rappresentare.
Le prima mostre si datano dal 1970, seguite da un crescendo costante impegnando in maniera totale il proprio tempo. Decide in quegli anni di dedicarsi all’arte come attività principale.
Organizza e segue le mostre in modo autonomo.
Un fare solitario e caparbio. Deciso a divertirsi sino in fondo nel gioco di stare comunque in mezzo alla gente e sentirne direttamente il polso e scambiarne i pensieri.
Nel 1976 parte pee l’Iraq, e fa la sua prima esperienza diretta con un popolo così diverso, ma così simile al suo. La gente del mondo è sempre la stessa, sempre con tanta umanità e così poca possibilità di viverla liberamente. E’ una lezione che rafforza il desiderio di esprimere e far vedere a tutti il carico di sentimenti nascosti in coloro che li portano dentro di sè. Ma non sanno esprimerli.
nel 1978 apre il suo studio a Covolo di Piave (TV)
Nel 1980 si trsferisce a Trento dove apre uno studio in Piazza S. Maria Maggiore.
L’idea è di creare uno studio aperto anche ad altri pittori. Un cenacolo di artisti con cui possano sperimentare ulteriori relazioni. E’ in questo studio che inviterà per una personale il pittore Bruno Donadel  nel luglio dello stesso anno.
Organizza alcune personali a Cogolo di Pejo, Cles, Merano.
Ritornato a Covolo continua l’attività e le mostre in Veneto e personali a Milano e Torino.
Nel 1986 affascinato da un viaggio a Roma, organizza una serie di esposizioni nei castelli romani. Specialmente a Lanuvio e Genzano. Continua questi viaggi sino al 1988. Nel frattempo si è fatto una familia e come ogni artista solitario tanti problemi si presentano con due figli da crescere. Ha un momento di pausa e ripensamenti. Sente l’esigenza di guardare dentro di sè. Di indagare in quei lati del suo sentire che lo spingono ad agire. Ma che non conosce.
Si interessa al movimento New Age e consegue una formazione in Psicosintesi al centro di Psicosintesi di Padova.
Da tempo si era dedicato alla poesia e a scrivere brevi racconti.
Crea nel 1991 con degli amici l’Associazione Culturale " La Criola" con lo scopo di diffondere una idea allargata di fare creativo.
 Raccoglie attorno a sè parecchi artisti della zona e organizza con loro parecchie collettive. Lo scopo e di far uscire dal privato chi non ne ha il coraggio.
 Nel 1992 organizza il concorso di "poesia new age", che con incontri annuali sino al 2004 ha raccolto tanti amici con la passione della poesia.
Dal 1993 conduce il " Corso pratico di Pittura". Il corso è una scuola di creatività pratica rivolto a tutti. In esso Gian Berra infonde tutta la sua pratica di operatore creativo. Grazie ad esso molte persone hanno incontrato il "fare pittura" come una possibilità preziosa per una espressione personale più completa e allargata.
Il corso viene condotto presso il suo studio di Covolo di Piave, e quando richiesto anche in altri sedi. Per un anno è stato svolto anche a Padova.
Dal 2000 Gian Berra si è interessato al problema della rappresentazione dei contenuti "nascosti" del sentire con la scoperta del valore del Totem come simbolo concreto e vivo dell’espressione di sè. Ha creato vari Totem esposti per la prima volta nella sua personale a Villa Benzi, Caerano di S. Marco (TV) nel settembre del 2001.
In quel periodo ha tenuto varie conferenze pubbliche sul tema dei Totem e sul processo della formazione della Paura come ostacolo alla espressione di sè.
Ha ripreso in quegli anni la produzione di terracotte di piccola dimensione, ispirate al sentire ed espressione del primitivismo spontaneo.
 
CRITICHE:
Oltre a quelle dei depliants:
1
Lo sguardo di un bimbo incantato: La pittura di gian Berra.
Gi ultimi quadri esposti non smentiscono la natura senza tempo del sentire di Gian Berra. la sua infanzia ritorna con i colori e le forme digerite da quando da bambino passava le estati nelle pedemontana veneta. Inutile tentare di dare contenuti astrusi ed artificiali alla sua arte. Gian berra c’è. E’ reale e dissacrante nella sua ingenuità.
Come un pezzo di natura che si ripropone perchè scontata, immutabile, nuda.
Eppure incantevole e beffarda come ogni cosa che si pensava sorpassata. La sua realtà è cruda come l’ovvietà di ciò che esiste. Eppure sa affascinare perchè sincera. Gian Berra davvero ci crede a ciò che dipinge. La sua illusione sa di esserlo, ma non ne può fare a meno, in quanto innamorata.
Anche il colore non ha schemi: a volte teso e vaporoso, a volte spesso e deciso. Quasi irriverente. Ma sempre presente con infinite sfumature che rendono vaga l’idea. Quasi che il pittore chieda all’osservatore di fare un po’ di fatica ulteriore ed entrare con forza nel quadro. A parlare con lui.
Gian berra chiede un dialogo. ma lo fa con la sua regola: avere il coraggio di gettarsi nel sogno ad occhi aperti.
E il sogno è più che reale.
Romano Finzi B.  critico d’arte  anno 2000
 
2
L’incanto di uno svolazzo. Gian Berra a Villa benzi 2001
Mi fi regalato un suo quadro alcuni anni fa. Non ricordo in che occasione. Venne appeso in un angolo di parete e nessuno ci fece gran caso, in quanto uno tra tanti. Ma un giorno, in un pomeriggio di pausa festiva l’occhio venne catturato come da un ivito a fermarmi un attimo. Sembrava che quei vecchi all’osteria mi parlassero approfittado del fatto che li avessi chiamati.
Sentii subito la loro calma e il loro tempo infinito. I colori erano pacati ma la pennellata senza ripensamenti.
Bastavano a se stessi. Ma mi chiedevano di condividere un attimo con loro.
Un po’ se ne infischiavano di me. Ma ora che c’ero potevo anche farmi avanti.
Da allora, quando passo davanti al dipinto ( interno di osteria), sento che ho degli alleati senza riserve. Sono dalla mia parte.
Ringrazio Gian Berra per ciò che da alla gente. Lo scopo sociale di un artista è di essere sè stesso. E lui ci riesce bene: la sua arte porta con sè valori che non cambiano. Valori silenziosi, con orizzonti infiniti.
Maria Helker,  collezionista.
 
3
Gian Berra, un post impressionista alla veneta.
D’accordo, ogni definizione è scontata e rende poco l’idea dell’universo di un artista. Ma nel caso di Gian Berra si può dire che il "sentire veneto" della realtà si è manifeatato in un periodo come l’attuale, dove l’ovvio è scaduto a favore di un mentalismo artistico ormai largamente artificiale e dialettico. Oggi ciò che l’animo dal suo profondo cerca come sfogo…è sempre più ingannato dall’illusione di ciò che si può razionalizzare, ma non più da ciò che si può …sentire.
Gian berra non affronta neppure il problema. Lui sente ed eprime direttamente l’ovvio.
E nel farlo si diverte e gioca. E ciò da un contenuto prezioso e strega anche l’animo più smaliziato. Anche quando fa finta di non vedere.
 La pittura di Gian Berra non ha tempo. E’ appunto un "Totem", con un valore temporale indefinito in quanto completa ed essenziale.
L’ovvio è banale solo quando senza contenuti e ingannevole. La tecnica di Gian Berra è frutto di una esperienza più che trentennale e da un entusiasmo spontaneo e vitale. Un dono raro che non si fa pesare in quanto giocoso e autoironico con toni di nostalgia per il periodo dorato dell’infanzia. E a volte una vena di tristezza mitiga il sogno. E il pittore sembra scusarsi di averla espressa. Più veneto di così…non si può.
Rosario Trentin,   critico d’arte  2004
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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